Cronache da Napoli: prima parte

Premessa: vi pubblico la prima parte di una email che ho ricevuto stamattina, e che racconta retroscena e particolari dell’ultima udienza relativa al primo controesame del colonnello Auricchio. Un punto di vista “alternativo”, visto dal “di dentro”, da chi a Napoli c’era. Antonio.
Napoli, 16 Marzo 2010. Sono le nove e un quarto di mattina e sto facendo la fila al varco dei reietti per entrare nel Palazzo di Giustizia. Vado a Calciopoli come ormai a Napoli chiamano il processo a Moggi, non come fosse un processo ma un luogo vero e proprio, una città ormai nei fumetti. Vado alla terza udienza del teste Auricchio, colui che ha materialmente edificato la città di papere. Conosco la strada e mi siedo. Mi guardo indietro. C’è Moretti, caporedattore di Tuttosport a Roma. Guardo avanti. Ecco Narducci, inconfondibile. Il pm. La pubblica accusa di Moggi. In Procura dicono sia impossibile evitarlo. Il mattatore, come nei film con Gassman. Ultimamente ad esempio ha braccato per mesi invano il sottosegretario Cosentino. Aspetto curato, barba scolpita con il goniometro. Parla come chi ha fatto un corso di dizione per gli sceneggiati alla radio. Credibilissimo. Incede come nei film di Moccia, tre metri sopra il cielo.
Il collegio giudicante poi, tre donne, quelle scelte apposta perché di calcio nisba. Perché più che la squadra del cuore avessero soltanto cuore. Gli imputati (e gli sguardi all’avv.to Morescanti) in aula sono i soliti, De Santis oggi più seduto e meno nervoso delle prime volte di Auricchio, Bergamo, Pairetto. I due non si parlano quasi mai se non a mezzo appunti e per lo stretto necessario. Arriva Moggi, mi strizza l’occhio al volo (siamo due timidi) e va a sedersi vicino i suoi avvocati. Narducci non lo guarda mai. L’altra volta ha rimproverato Moggi come a scuola: durante una pausa, mentre in aula non c’era nessuno e si faceva tutti il cazzo che ci pare, il giudice era andato a rimproverare solo all’imputato l’uso del telefono. Già, paradossale in un processo fondato solo su quello. Strano comunque che l’avesse notato. Narducci non guarda gli uomini, ha occhi al massimo per gli uomini (di legge) come lui. Ecco Penta, l’addetto stampa di Luciano. Come al solito elegante, anche se oggi ha la barba incolta e ben in vista i braccialetti di caucciù col tricolore. Saran portafortuna. Arriva pure Pompilio, quello della tv. Indubbiamente non passa inosservato. Calza scarpe bianconere, la maglia con lo stemma della Juve ed il pacato invito “Andate a lavorare”, ha l’accento e il capello da terrone di Milano. Offre spiegazioni anche a chi non le chiede, ha un treno che gli parte presto per tornare a casa, e dopo un po’ d’Auricchio è lì che russa. L’aria è viziata, i colpi di tosse si sprecano, la bronchite mia fa da colonna sonora. Silvia Morescanti fa in tempo a passarsi il burro di cacao sulle serrate labbra che entra Auricchio e si può pure cominciare.
Continua…
Vincenzo Ricchiuti
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18. mar, 2010

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Lucià fai presto!!
Un quadro abbastanza chiaro…il verdetto è gia’ scritto.Ci uccidono per la seconda volta in 4 anni..e dopo ieri sera la Juve è stata sepolta in mezzo ad un mare di mer**!