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	<title>Il Blog dell&#039;Uccellino di Del Piero ™ &#187; Il pallone racconta</title>
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	<description>Blog di calcio giocato e cinguettate! Di Antonio Corsa</description>
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		<title>Il Pallone racconta: Andrea Fortunato</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 13:41:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il pallone racconta]]></category>
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		<description><![CDATA[«Non immaginavo quanto può essere  meravigliosa anche una semplice passeggiata..»


Sono passati tanti anni, ma fa ancora tanto male  ricordare la storia di Andrea Fortunato. Nasce a Salerno il 26 luglio  1971 ed intraprende presto la strada dello sport, sull’esempio del  fratello maggiore Candido, cimentandosi con il nuoto e la pallanuoto. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.uccellinodidelpiero.com/wp-content/uploads/2010/04/andrea-fortunato-esulta.png"><img class="alignleft size-full wp-image-13781" title="andrea fortunato esulta" src="http://www.uccellinodidelpiero.com/wp-content/uploads/2010/04/andrea-fortunato-esulta.png" alt="" width="276" height="163" /></a>«Non immagin</em><em>avo quanto può essere  meravigliosa anche una semplice passeggiata..»</em></div>
<div style="text-align: justify;"><em><br />
</em></div>
<div style="text-align: justify;">Sono passati tanti anni, ma fa ancora tanto male  ricordare la storia di Andrea Fortunato. Nasce a Salerno il 26 luglio  1971 ed intraprende presto la strada dello sport, sull’esempio del  fratello maggiore Candido, cimentandosi con il nuoto e la pallanuoto. Il  calcio, per adesso, è solo un divertimento dei mesi estivi. Ma galeotta  sarà una di quelle estati salernitane, perché viene notato da Alberto  Massa, tecnico e talent-scout, che lo convince a seguirlo nella Giovane  Salerno, squadra dilettantistica; Andrea accetta e, nemmeno tredicenne,  insieme con altri giovanissimi talenti, va in giro per l’Italia a fare  provini per squadre come Torino, Cesena, Empoli, Napoli, Como. A Sandro Vitali, direttore sportivo del Como ed al  tecnico della Primavera lariana, Angelo Massola, non sfuggono le grandi  potenzialità di Andrea e lo ingaggiano, convinti di farne un grande  centravanti. La svolta avviene, quando il tecnico della squadra Allievi,  Giorgio Rustignoli, lo trasforma dapprima in centrocampista di  sinistra, poi in difensore, sempre sulla fascia mancina.Andrea segue tutta la trafila nelle giovanili e debutta  in prima squadra, in Serie B, il 22 ottobre del 1989, a Pescara. A fine  stagione colleziona sedici presenze nella serie cadetta, oltre ad un  diploma di ragioniere che aveva sempre inseguito: <em>«I miei genitori,  che non mi hanno mai ostacolato nelle scelte, quando partii per Como, mi  chiesero semplicemente di non trascurare gli studi. Promisi e,  naturalmente, mantenni». </em>Andrea diventa  presto una colonna del Como di Bersellini, ed è un protagonista assoluto  nel campionato 1990-91, in C1, con la squadra lariana che manca la  promozione, perdendo lo spareggio contro il Venezia. Roberto Boninsegna,  selezionatore dell’Under 21, lo convoca immediatamente e tutta la Serie  A si accorge di lui. Sembra fatto il suo trasferimento all’Atalanta, ma  è il Genoa che batte la concorrenza e si assicura il talentuoso  terzino. Viene “parcheggiato” al Pisa, in Serie B e, nel campionato  successivo. Ritorna al Genoa, dove conquista subito il posto da titolare  e si mette in evidenza come uno dei migliori terzini sinistri del  campionato, grazie alla sua grande classe ed alla sua rapidità.</div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;">La Juventus comincia a corteggiarlo, lo stesso Andrea  non nega: <em>«Arriva un giornalista e mi domanda se mi piacerebbe  giocare nella Juventus. Ed io cosa dovrei rispondergli, che mi fa schifo? Figuriamoci, io da ragazzino per i colori bianconeri stravedevo, ed  anche se sono diventato un calciatore professionista, certi amori ti  restano nel cuore».</em>Nell’estate del 1993  firma il contratto che lo lega alla Juventus; la società bianconera lo  acquista per dodici miliardi di vecchie Lire e, per tutti gli addetti ai  lavori, Andrea è destinato a diventare il miglior terzino sinistro  italiano, raccogliendo l’eredità di Antonio Cabrini, non solo sul campo,  ma anche nel cuore delle tifose bianconere.<em>«Mi  fa arrabbiare questo paragone con Cabrini, lui è stato il più forte  terzino del mondo, vi sembra una cosa logica? A me no; prima di  raggiungere i suoi livelli, se mai ci riuscirò, ci vorrà tanto tempo».</em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;">La sua avventura a corte della “Vecchia signora”  incomincia nel migliore dei modi: pre-campionato ad altissimo livello,  debutto in Nazionale a Tallinn, il 22 settembre contro l’Estonia.<em>«Prometto sempre il massimo dell’impegno per la  maglia. Darò sempre tutto me stesso ed alla fine uscirò dal campo a  testa alta, per non essermi risparmiato». </em>È  una corsa verso la gloria apparentemente inarrestabile ed invece Andrea  rallenta, nella primavera del 1994. Si pensa che sia appagato, ha  raggiunto la fama ed il successo in poco tempo; è arrivato alla  Juventus, il massimo per ogni giocatore, ed ha perso il senso della  modestia, pensa di essere già “arrivato”.</div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;">Durante le ultime  faticosissime partite, Andrea è accolta da fischi, da cori di scherno.  Un giorno, alla fine di un allenamento, un tifoso juventino arriva a  mollargli un ceffone, tanto per ricordargli la sua condizione di  privilegiato e per fargli ritrovare la strada smarrita del sacrificio. É l’inizio del calvario. Si trova presto una  spiegazione a quel vuoto dentro, purtroppo, così come per quella febbre  persistente che s’insinua nel suo organismo, provocandogli un continuo  senso di spossatezza. Andrea si fa visitare, ma tutto sembra normale, il  suo rendimento, però, continua a peggiorare.Il  20 maggio del 1994 Andrea Fortunato è ricoverato in isolamento, presso  la Divisione Universitaria di Ematologia delle “Molinette” di Torino.  Dopo successivi esami medici, il risultato è agghiacciante: leucemia  acuta linfoide.</div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;">Dall’ospedale delle  “Molinette”, Andrea è trasferito a Perugia dove, grazie alla donazione  della sorella Paola, subisce un primo trapianto di midollo osseo.  L’esito è negativo, Andrea necessita di un nuovo trapianto. Si offre  volontario il padre Giuseppe e l’operazione da buoni risultati. Il  fisico di Andrea, infatti, reagisce ed accenna ad un recupero che fa  sperare per il meglio: Andrea esce dall’ospedale, si ricongiunge,  addirittura, ai compagni di squadra e li segue durante la trasferta a  Genova, in occasione di Sampdoria-Juventus giocata il 26 febbraio del  1995. È emozionante vederlo sulle tribune dello stadio “Marassi”, felice  come un bambino, a tifare per la sua amata Juventus.Quando tutti cominciano a pensare che stia vincendo la  sua battaglia, arriva una maledetta influenza a spezzare il filo della  speranza. Il 25 aprile del 1995, alle otto di sera, Andrea muore. I  compagni di nazionale apprendono la notizia mentre sono a Vilnius alla  vigilia di una partita contro la Lituania. Prima di giocare, si osserva  un minuto di silenzio in sua memoria. Poche settimane dopo la Juventus  festeggia il suo 23° scudetto; 23 come gli anni che aveva Andrea.</div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span><br />
L’ultima intervista, nel marzo 1995:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>«Undici mesi di malattia è una cosa lunga,  infinita. Ma di tremendo, a parte i periodi di grande crisi fisica, ci  sono stati solamente i primissimi momenti; dopo ho combattuto. Invece,  all’inizio è stato diverso; il giorno prima stavi fra i sani, il giorno  dopo passi fra i quasi incurabili. Non si può descrivere che cosa si  prova».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em><strong>Come si reagisce?</strong></em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em>«Ti senti perduto e, nello stesso tempo, diventi  curioso; è una sensazione strana. Vuoi sapere ogni cosa della tua  malattia, ti interroghi sui sintomi, sulle cause, sulle possibili  conseguenze. Sai che non ti diranno tutto, provi ad indovinare le bugie,  ma poi fingi di crederci, ti convinci che è meglio, altrimenti  impazzisci. Quando un medico ti spiega quali sono i sintomi della  leucemia ti senti sprofondare; e più parla, più tu capisci che tutto  corrisponde, che è davvero il tuo caso. In quel momento il male ti  prende in ostaggio; ma tu devi impedirgli di ammazzarti».</em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><strong><em>Come ci si può riuscire?</em></strong></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em>«Con  l’aiuto di Dio e dei medici, ma anche con un pensiero fisso: ce la devo  fare. Me lo ripetevo ogni giorno e me lo ripeto ancora; neppure per un  istante ho pensato che avrei perso la partita. Lo chiamano atteggiamento  positivo, pare sia una mezza medicina».</em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><strong><em>Vuoi  fare ancora il calciatore?</em></strong></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em>«Questo è  un pensiero che non mi ha mai abbandonato. Mi sono sentito un atleta  anche nei giorni più difficili, quando ero più di là che di qua. Ho  lottato con spirito sportivo, si può dire che non mi sono mai tolto la  maglia di dosso. Rimetterla davvero, ma non solo; ho chiesto, mi sono  informato, mi hanno spiegato che tanti atleti sono tornati all’attività  dopo la leucemia. Credo, spero di riuscirci».</em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em><strong>Come cambia la vita, dopo un’avventura del genere?</strong></em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em>«Cambia tutto, ti costruisci una scala di valori  nuova; dai importanza alle cose che valgono davvero e non te la prendi  più per le sciocchezze. E capisci che l’amicizia è la prima cosa; io,  per esempio, ho un fratello in più, Fabrizio Ravanelli. È stato  incredibile, mi ha messo a disposizione una parte della sua vita, non  solo la sua famiglia e la sua casa di Perugia; non si può descrivere con  le parole. Il giorno più bello, in questi mesi di malattia, l’ho  vissuto quando lui ha segnato cinque goals al Cska, in Coppa; quella  sera ho capito davvero che cosa è la felicità; ed è stato altrettanto  bello, vedere Fabrizio esordire in Nazionale, proprio a Salerno, la mia  città».</em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em><strong>Ti sono servite le vittorie  bianconere?</strong></em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em>«Non solo quelle, ma la  costante presenza dei compagni e della società; un’altra famiglia,  davvero. Se sono vivo lo devo anche a loro, al loro affetto».</em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><strong><em>C’è un momento, di questi mesi, che ricordi con  particolare intensità?</em></strong></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><em>«L’uscita  dall’ospedale a Perugia, dopo il secondo trapianto; non mi sembrava  vero, vedevo diverse tutte le cose, mi parevano straordinarie anche le  più insignificanti. Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa  anche una semplice passeggiata».</em></div>
<p style="text-align: justify;"><span> </span></p>
<div style="text-align: justify;"><strong><em>Cosa  insegna la malattia?</em></strong></div>
<p><span> </span></p>
<p style="text-align: justify;">«Che nella vita  c’è di peggio di uno stiramento che ti tiene fuori dal campo per due  settimane. Che ogni giorno muoiono bambini leucemici senza che nessuno  lo sappia e senza che si possa fare nulla. Che in Italia abbiamo i  migliori medici del mondo; a Perugia vengono ad imparare le nostre  tecniche dall’America, da Israele, dalla Francia. Però, le strutture  sono quelle che sono, mancano gli spazi, c’è gente in coda da mesi per  un trapianto. Bisogna donare il midollo, senza paura, perché questo  salva la vita agli altri e da senso alla tua».</p>
<p style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;"><strong><em>Il tuo sogno?</em></strong></div>
<p><span> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>«La  leucemia mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza e neppure a  media; non per paura, ma per realismo. La prima volta che programmai il  ritorno a Torino, mi alzai la mattina con la febbre; nulla di grave,  per fortuna, ma ci rimasi male. Vivere alla giornata non è una  sconfitta, semmai un modo per apprezzare davvero la vita in ogni attimo,  in ogni sfumatura. È quello che farò».</em></p>
<h5 style="text-align: justify;"><em>(Credits: <a href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/andrea-fortunato.html" target="_blank" onclick="urchinTracker('/outgoing/ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/07/andrea-fortunato.html?referer=');">Il Pallone Racconta</a>)<br />
</em></h5>


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		<title>Il pallone racconta: Pavel Nedved</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 21:42:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il pallone racconta]]></category>
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		<description><![CDATA[Pavel Nedved nasce a Cheb, vicino Praga, il 30 Agosto 1972; comincia a giocare da piccolissimo e diventa l’idolo prima di Cheb e poi di Praga, giocando in una delle più forti squadre a livello nazionale, lo Sparta Praga. Comincia come attaccante, per poi riciclarsi come centrocampista, fino a trovare la giusta posizione, che gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-10125" title="pavel nedved acb" src="http://www.uccellinodidelpiero.com/wp-content/uploads/2010/02/pavel-nedved-acb.png" alt="pavel nedved acb" width="276" height="163" />Pavel Nedved nasce a Cheb, vicino Praga, il 30 Agosto 1972; comincia a giocare da piccolissimo e diventa l’idolo prima di Cheb e poi di Praga, giocando in una delle più forti squadre a livello nazionale, lo Sparta Praga. Comincia come attaccante, per poi riciclarsi come centrocampista, fino a trovare la giusta posizione, che gli permette di segnare molti goals; nel frattempo, non dimentica lo studio e diventa geometra.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua esplosione a livello mondiale avviene al Campionato Europeo in Inghilterra nel 1996; la squadra ceca si arrende solamente in finale alla Germania Ovest, dopo aver deliziato con il suo splendido gioco. Sia la Lazio che il Psv Eindhoven vogliono ottenere il cartellino di Pavel ed è la squadra romana a vincere questo scontro di mercato; Pavel diventa, così, un giocatore biancoceleste. Durante la sua prima stagione italiana, segna 11 goals e diventa ben presto uno dei giocatori più amati dai tifosi laziali. Nella sua seconda stagione laziale, Pavel vince il suo primo trofeo, la Coppa Italia, e poi consegna nella bacheca laziale anche la Supercoppa Italiana, grazie anche ad un suo goal. La terza stagione nella Lazio è difficoltosa; infatti, a causa di un doppio infortunio, è costretto a perdere quasi tutto il campionato per un lunghissimo recupero. Ma Nedved riesce anche questa volta a lasciare un segno indelebile alla stagione biancoceleste, siglando, con un tiro fantastico, il goal della vittoria della Coppa delle Coppe, il 19 Maggio 1999 nello stadio di Birmingham, contro il Maiorca. Nedved viene richiesto dall’Altetico Madrid, che gli ha offre un contratto di gran lunga superiore rispetto a quello della Lazio, ma Pavel rifiuta, ribadendo la sua volontà di rimanere e Roma. E, nella stagione successiva, riesce a vincere sia la Supercoppa Europea, contro il Manchester United, sia a laurearsi Campione d’Italia !!! Ad agosto del 2000 riesce ad ottenere finalmente il passaporto comunitario e rifiuta una principesca offerta del Manchester United di 12 miliardi netti all’anno per quattro anni, nonostante a Roma ne guadagni meno della metà.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando, nell’estate del 2001, Pavel sbarca a Torino, è un ventinovenne al culmine della gloria, che ha bisogno di trovare ulteriori motivazioni per diventare ancora più grande di quanto possa esserlo in quel momento. La Juventus, nuovamente, “lippiana” ha il passo della capolista ed in mezzo al campo può contare sul più versatile dei campioni; Pavel, infatti, è capace di difendere contrastando con grinta, come di attaccare rifinendo o tentando la sorte con soluzioni balistiche sempre più ambiziose. Ci mette un po’ a rompere il ghiaccio, ma dopo un gelido Juventus-Perugia, la sera del primo dicembre 2001, la sua regolarità diventa impressionante. Fino a diventare l’uomo-scudetto, il 21 aprile 2002 a Piacenza, con una rete che lo consegna dritto agli annali; la Juventus che insegue l’Inter e quel giorno capisce che, grazie a Nedved, i giochi sono tutt’altro che chiusi. Goal fantastico, nelle battute finali, e rincorsa lanciata. Finirà, come sanno tutti, quindici giorni dopo; la Juventus, che vince a Udine, sorpassa l’Inter distrutta proprio dalla Lazio.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">«Quello iniziale con la Juventus, fu un periodo difficile, perché avevo cambiato completamente preparazione e modo di giocare. Alla Lazio puntavamo sul contropiede, mentre qui dovevamo attaccare e trovavamo sempre avversari chiusi. Insomma, dovevo abituarmi, capire i movimenti ed il gioco che veniva praticato. Ci ho impiegato un po’, diciamo fino a Natale; poi, grazie anche a Lippi che mi ha spostato in una posizione più centrale, mi sono trovato molto meglio ed ho cominciato ad essere me stesso. Ricordo il giorno dello scudetto come una grande soddisfazione; ero particolarmente felice anche per la doppietta del mio amico Poborski, contro l’Inter».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Il 2002-03 è un anno magico; Nedved, è ormai il trascinatore e l’idolo della folla bianconera, che gli affibbia il soprannome di “Furia Ceka”. Il secondo scudetto della sua avventura bianconera arriva quasi senza clamori, perché i tifosi juventini, e lo stesso Pavel, sono concentrati sulla Champions League. La “Coppa dalle grandi orecchie” è un lungo, meraviglioso sogno. Nedved ha un rendimento incredibile per tutta la stagione, gioca e segna come non ha mai fatto in carriera. Ma è destino che, nella serata più bella e gloriosa, quella della semifinale di ritorno con il Real Madrid, il campione più amato non riesca a portare fino in fondo il suo meraviglioso progetto. Migliore in campo, autore dello straordinario goal che chiude la sfida, Pavel nel finale viene ammonito dall’arbitro e, diffidato, deve dare addio alla finale di Manchester. Una batosta per lui ed un gravissimo, decisivo handicap per la Juventus, che si vedrà sfuggire quella coppa ai rigori. Ma il 2003 è comunque il suo anno; i giurati di tutta Europa lo eleggono “Pallone d’Oro”, la consacrazione di una carriera fenomenale ed, al tempo stesso, lo stimolo per programmare altri trionfi.</p>
<p style="text-align: justify;">Torino sembra proprio essere la città adatta a chi, come lui, ha regole ferree di vita. <span style="font-style: italic;">«Per me esiste il calcio e la mia famiglia. Non ho bisogno d’altro. A Roma vivevo fuori città, a Torino pure. Sono un cultore del lavoro, anche in vacanza cerco di organizzarmi in modo da poter mantenere la forma fisica che mi serve al momento in cui ritorno al lavoro».</span> Terminati gli allenamenti, le partite ed i ritiri, Pavel si dedica a 360° alla sua famiglia, alla moglie Ivana e ai due figli Ivana e Pavel. <span style="font-style: italic;">«Abbiamo deciso di chiamarli così perché, quando noi non ci saremo più, esisteranno ancora un Pavel ed una Ivana che si amano».</span> Un pensiero profondo, speciale, per un ragazzo nato e cresciuto a Cheb, venti minuti in auto dal paese dove viveva il suo grande amore, Ivana. <span style="font-style: italic;">«Ci siamo conosciuti quando io avevo 15 anni e lei 13. Veniva a Cheb a trovare sua nonna, prima c’è stata amicizia, poi è scoppiato l’amore. Ci siamo sposati prestissimo, avevo 21 anni»,</span> racconta con un volto che lascia trasparire una dolcezza e che, in altre occasioni, viene ben mascherata da uno sguardo a volte addirittura severo. Soprattutto quando parla del calcio, uno sport, un gioco, ma anche una professione, che Pavel ha sempre preso con grande serietà.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">«Sento addosso una grande responsabilità, fin da piccolo stavo male quando perdevo una partita, avevo ed ho sempre una grande voglia di migliorarmi. Sono una persona che ama prendere sul serio tutto quello che fa, mi capitava già da ragazzino e non solo in campo sportivo. Ora poi, che sono alla Juventus, sono emozionato ed onorato. So che la mia gente si aspetta molto da me e io non voglio certo deluderla».</span> Il popolo ceco lo considera un vero idolo. <span style="font-style: italic;">«Devo tanto alla mia Nazionale, perché mi ha permesso di mettermi in mostra a livello europeo e di arrivare fino qui».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Il vizio del goal, soprattutto con tiri da lontano, è proprio una delle sue caratteristiche. Luciano Moggi non gli ha risparmiato una battuta spiritosa. <span style="font-style: italic;">«L’abbiamo comprato, così almeno la smetterà di farci goal !!!»</span>. Una predisposizione nata quando Nedved era il più piccolo dei suoi compagni di squadra e per aggirare l’ostacolo provava a segnare da fuori area. <span style="font-style: italic;">«Mio padre, e poi il mio primo allenatore, mi mettevano i palloni tutti intorno alla linea dell’area di rigore e da lì provavo a tirare». </span>Anche con la maglia della propria Nazionale è sempre un protagonista; dopo aver disputato il mondiale tedesco del 2006, annuncia di non voler più rispondere alle chiamate della Nazionale, dopo aver totalizzato 98 presenze e 18 goals. La stagione successiva è avara di soddisfazioni; la Juventus è falcidiata dagli infortuni ed il campionato è molto deludente. Anche Pavel risente della stanchezza generale di una squadra che sta chiudendo il ciclo del suo grande condottiero, Marcello Lippi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’estate del 2004 arriva Fabio Capello e, con esso, una ventata d’aria nuova; Pavel ritrova lo smalto dei bei tempi e conquista altri due scudetti da protagonista assoluto, come suo solito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il resto è storia recente; Pavel decide di restare alla Juventus, anche in serie B. <span style="font-style: italic;">«Non ho mai avuto dubbi sul fatto di rimanere alla Juventus. Le offerte non mi mancavano, ma la mia famiglia ed io stiamo bene a Torino e poi devo molto a questa società ed alla famiglia Agnelli, che mi è sempre stata vicino».</span> Il centrocampista ha ancora forti motivazioni ed un obiettivo ben preciso. <span style="font-style: italic;">«Credo di poter dare ancora una mano a questa squadra e lo sento come un dovere. Finiti i Mondiali ho anche pensato di smettere, capita quando sei stanco. Dopo una settimana di vacanza, però, aveva già cambiato idea e mi sono dato un compito; se dovessimo partire dalla serie B, voglio riportare subito la Juventus in A, perché è lì che merita di stare. Anche i nostri scudetti erano meritati; noi abbiamo sempre dato tutto in campo, avevamo uno squadrone ed abbiamo battuto grandi avversari, vincendo onestamente e sono fiero di questo. La sentenza ??? Alla fine a pagare è solo la Juventus e questo non è giusto, soprattutto per i tifosi ed i calciatori. La società ora deciderà se andare avanti per vie legali, ma noi giocatori intanto prepariamoci come se dovessimo partire dalla B con &#8211; 17». </span>La decisione di Pavel di restare assume ancor più valore se si pensa a quanto il ceco abbia sempre desiderato vincere la Champions League.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">«Ci ho pensato, ma la mia Champions League ora è la serie B. Anche perché centrare la promozione partendo da -17 punti sarebbe come vincere la Coppa. Bisogna essere realisti ed ho cancellato il pensiero della Champions; non toccherà a me alzarla, ma ho comunque grandi motivazioni per riportare la Juventus in serie A».</span> Se già era un idolo per i tifosi, ora Pavel è un vero e proprio eroe. <span style="font-style: italic;">«No, non mi sento un eroe. Ho semplicemente fatto una scelta di vita; per quale motivo avrei dovuto cambiare ??? Sto bene a Torino, la mia famiglia è felice ed io voglio ricambiare quanto la Juventus mi ha dato in questi anni. Altri compagni hanno deciso diversamente ??? Beh, ognuno fa le proprie scelte, anche se credevo rimanessero più giocatori. Ora mi auguro che restino tutti gli altri campioni, perché anche se partissimo dalla B, dovremo comunque affrontare una stagione difficile; ci sono campionati all’estero molto meno duri della serie B italiana. Quello che posso dire è che, in qualsiasi categoria, il mio impegno ed il mio modo di giocare saranno gli stessi».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Chiaramente, anche nella serie cadetta è un protagonista assoluto e, grazie anche alle sue grandissime prestazioni, la squadra bianconera risale immediatamente in serie A, sicura di poter ambire a qualsiasi traguardo, fino a quando la maglia numero undici sarà indossata da Pavel Nedved, la “Furia Ceka”.<span style="font-style: italic;"> «Se mi guardo alle spalle, momenti tristi non ne vedo. Forse la cosa peggiore che mi è successa è di non aver giocato la finale di Champions; però la Juventus era in campo. Anche quando penso alla retrocessione non riesco ad essere triste, perché la Juventus c’era e c’è sempre. Quel che resta, alla fine, è la felicità di giocare per la Juventus, Perché noi giocatori passiamo e la Juventus rimane. Per sempre».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella stagione che segna il ritorno in serie A, Pavel non si risparmia portando la Juventus in Champions League e ad un ottimo terzo posto. Il campionato 2008-09 è l’ultimo per Nedved in maglia bianconera; la squadra è un pochino deludente nonostante il secondo posto e l’eliminazione agli ottavi di finale da parte del Chelsea in Champions League. Pavel è, come sempre, un grande protagonista della stagione, arrivando anche a realizzare ben sette reti. Il 31 maggio 2009, proprio contro la Lazio, Nedved gioca la sua ultima partita con la maglia della Juventus; Del Piero gli cede la fascia da capitano e lui gioca una grandissima partita, onorando quella maglia che ha tanto amato.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">«Dopo otto stagioni con la Juventus è arrivato il momento di salutare tutti i tifosi, i compagni e la società e ringraziarli per il sostegno ricevuto in questi anni. A Torino ho vinto quattro scudetti e un Pallone d’Oro. Vorrei ringraziare in particolare mia moglie Ivana e i miei figli, che mi sono stati sempre molto vicini, accompagnandomi nel corso della mia carriera consentendomi di raggiungere traguardi straordinari. Alla Juventus continuerò a sentirmi legato da un rapporto di grande affetto e sono particolarmente grato alla famiglia Agnelli per avermi dato l&#8217;opportunità di giocare in questa grande squadra».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Il saluto di Del Piero:<span style="font-style: italic;"> «È stato un giorno speciale. Lo è stato per Nedved e per noi, ancora non ci sembra vero di non rivederlo più nello spogliatoio, quando ci troveremo per ricominciare la stagione. Mi dispiace davvero che Pavel non sia più al mio fianco il prossimo anno, basta pensare a quello che è riuscito a fare in questa stagione: come tutti i grandi campioni ha chiuso alla grande. Mi legano a lui tanti ricordi, tante vittorie, qualche sconfitta, la scelta di restare alla Juve anche in serie B per ritornare in alto insieme. Mi legano a Pavel tutti quei momenti, anche apparentemente insignificanti, quegli attimi vissuti insieme in questi otto anni, che per me rappresentano la grandezza non solo del calciatore, ma anche dell&#8217;uomo, dell&#8217;amico. Sono orgoglioso di avere giocato con Pavel, sono orgoglioso che domenica sia stato il mio capitano».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Quando Pavel esce dal campo, sostituito da Tiago, scrosciano gli applausi ed i visi dei tifosi si rigano di lacrime; resterai sempre nei nostri cuori, “Furia Ceka” !!!</p>
<p>(Credits: <a href="http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/08/pavel-nedved.html" target="_blank" onclick="urchinTracker('/outgoing/ilpalloneracconta.blogspot.com/2007/08/pavel-nedved.html?referer=');">Il Pallone Racconta</a>)</p>


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		<title>Amarcord: Juventus-Ajax del 1996. La vigilia raccontata da Giorgio Tosatti</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 13:49:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Corsa (ACB)</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il pallone racconta]]></category>
		<category><![CDATA[1996]]></category>
		<category><![CDATA[Ajax]]></category>
		<category><![CDATA[Amarcord]]></category>
		<category><![CDATA[Champions League]]></category>
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Vi riporto questo bell&#8217;articolo scritto per il Corriere della Sera proprio il 22 maggio 1996, giorno della finale di Champions League disputata contro i lancieri. Come sia poi andata a finire lo sapete tutti&#8230;
Ci voleva un Olimpico da trecentomila posti per contenere gli juventini alla caccia del biglietto. Perche&#8217; certe partite non basta guardarsele [...]]]></description>
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<p><img class="size-full wp-image-7428 alignleft" title="campioni" src="http://www.uccellinodidelpiero.com/wp-content/uploads/2009/12/campioni.png" alt="Dolcissimi ricordi" width="276" height="163" /></p>
<p style="text-align: justify;">Vi riporto questo bell&#8217;articolo scritto per il Corriere della Sera proprio il 22 maggio 1996, giorno della finale di Champions League disputata contro i lancieri. Come sia poi andata a finire lo sapete tutti&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Ci voleva un Olimpico da trecentomila posti per contenere gli juventini alla caccia del biglietto. Perche&#8217; certe partite non basta guardarsele in Tv, risparmiando soldi e tempo, evitando viaggi e disagi, vedendo tutto e sviscerandolo col replay. No, bisogna esserci: come ad un battesimo, ad una prova cruciale. Per testimoniare la propria appartenenza, i legami di sangue e di fede. Bisogna andarci come in pellegrinaggio: per non lasciar sola la squadra, combatterle accanto, farle sapere quanto la si ami. Son undici anni, da quella notte dell&#8217; Heysel contro il Liverpool, che il popolo bianconero aspetta questa occasione. La Coppa Campioni l&#8217;ha sempre tradita, quasi fosse tabù. La Juve vi ha partecipato 15 volte, più di qualsiasi squadra italiana: eppure e&#8217; appena alla quarta finale: come l&#8217; Inter, la meta&#8217; del Milan. Una sola vittoria, in circostanze cosi&#8217; tragiche da renderla una piccola cosa, quasi un rimorso. Un quarantennio di sortilegi da esorcizzare con un successo solare. Oggi, come nell&#8217; 85, la Juve avrà contro i campioni in carica, l&#8217;Ajax signore dell&#8217;Europa e del Mondo, massimo di programmazione calcistica, di allevamento, di squadra orchestra in cui tutti conoscono perfettamente lo spartito perche&#8217; lo studiano sin dalle elementari e, salendo di classe in classe, suonano sempre la stessa musica. Questa è la loro forza; forse potrebbe diventare il loro limite. La prima affermazione è suffragata dai fatti: 15 vittorie, 5 pareggi e l&#8217;unica sconfitta col Panathinaikos (poi ridicolizzato ad Atene) in due Coppe Campioni. Con 39 gol (21 quest&#8217; anno) segnati ed appena 6 (due quest&#8217; anno) subiti. Piu&#8217; difficile infilzarli che fermarli: un anno fa pareggiarono col Salisburgo (due volte), l&#8217; Hajduk, il Bayern; in questa stagione col Grasshoppers e il Gremio nella Coppa intercontinentale. Ma se prendono il controllo del gioco, sciorinando il loro calcio potente ed armonioso, è arduo cavarsela; ti chiudono in area e prima o poi passano (sono fortissimi sui palloni alti) come imparò  l&#8217;anno scorso il Milan. La seconda affermazione è ipotetica, mancando la controprova; forse scompaginandone gli schemi, pressandoli, costringendoli ad improvvisare potrebbero dimenticare lo spartito e diventare abbordabili. Ma ci vuole una Juve al massimo per farlo. Quanto possono dare Ravanelli e Peruzzi reduci da lunghi infortuni, l&#8217;acciaccato Ferrara, Sousa e Del Piero piuttosto opachi nelle ultime recite? La Juve è abbastanza tonica per affrontare alla pari i poderosi atleti di Van Gaal? Oppure le conviene usare la tattica del Panathinaikos ad Amsterdam, cercando di colpire in contropiede? Nell&#8217;Ajax mancano titolari importanti: Overmars e Reiziger; Kluivert, operato un mese fa di menisco, andrà in panchina; Frank De Boer ci dovrebbe essere (ma in quali condizioni?). Grosso handicap anche per chi fa del collettivo la propria arma. Lippi ha alternative migliori del suo collega; la Juve fiammeggiante di un anno fa è in grado di vincere. Questa quanto vale? Paragoni e precedenti le sono sfavorevoli. Perse malamente a Madrid dove l&#8217;Ajax passeggiò; ha segnato come gli olandesi subendo però troppi gol (8). Affrontare i campioni in carica è duro: solo 3 sfidanti su 16 l&#8217;han spuntata. Le italiane han perso 10 finali di Coppa dei campioni su 18, le olandesi una su 7! Nelle ultime quattro edizioni abbiamo rimediato tre sconfitte (sempre per 1-0): contraltare del trionfo milanista ad Atene. Non battiamo l&#8217; Ajax in una qualsiasi finale dal &#8216;69; poi ne abbiamo perse 5. Ma numeri e paragoni non scendono in campo; anche il Barcellona avrebbe dovuto fare un boccone del Milan e ne fu schiantato. Sovente queste partite son decise da un episodio, un uomo. Sarebbe bello se fosse Vialli ad ammutolire l&#8217;orchestra; tanto per illuderci che il campione conta ancora piu&#8217; degli schemi. Gli manca questa Coppa per essere il quinto italiano ad averle vinte tutte. E&#8217; alla sesta finale: persa, vinta, persa, vinta, persa&#8230; E per favore, rispetti la sequenza! Sfida indicativa per gli Europei: l&#8217;Ajax è la nazionale olandese, la Juve il blocco piu&#8217; numeroso (7) della nostra. Sapremo se Sacchi ha visto giusto o se è rimasto fermo all&#8217; anno scorso. Una grande prova di Vialli rinfocolerebbe le polemiche. Dal risultato dipendono anche il futuro del centravanti, il mercato bianconero, il destino europeo dell&#8217;Inter.</p>
<p style="text-align: justify;">Finì così, come ricorderete:</p>
<p style="text-align: justify;">AJAX-JUVENTUS 1-1 &#8211; Dopo i calci di rigore (2-4)<br />
MARCATORI: Ravanelli 13, Litmanen 41<br />
AJAX: Van der Sar, Silooy, Blind, De Boer F. (Scholten 69), De Boer R. (Wooter 91), Davids, Bogarde, Finidi, Musampa (Kluivert 46), Litmanen, Kanu. &#8211; Allenatore Van Gaal<br />
JUVENTUS: Peruzzi, Ferrara C., Pessotto, Torricelli, Vierchowod, Paulo Sousa (Di Livio 57), Deschamps, Conte A. (Jugovic 43), Vialli, Del Piero, Ravanelli (Padovano 77). &#8211; Allenatore Lippi<br />
ARBITRO: Diaz Vega (Spagna)<br />
NOTE: Sequenza calci di rigore: Davids parato, Ferrara gol, Litmanen gol, Pessotto gol, Scholten gol, Padovano gol, Silooy parato, Jugovic gol. Vinta 2ª Coppa dei Campioni. 16ª qualificazione in Coppa dei Campioni</p>
<p><!-- google_ad_section_end --></p>


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		<title>Il pallone racconta: Roberto Bettega</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 12:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il pallone racconta]]></category>
		<category><![CDATA[Bettega]]></category>
		<category><![CDATA[Bidescu]]></category>
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Nato a Torino il 27 dicembre 1950, Bettega esordisce in A il 27 settembre 1970 in Catania-Juventus 0 a 1. Entra nel settore giovanile della Juventus nel 1961, a dieci anni, mediano, sotto la guida di Pedrale. Quindi Rabitti lo imposta da ala sinistra e la società lo manda nel 1969 a Varese, per “farsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_7272" class="wp-caption alignleft" style="width: 286px"><img class="size-full wp-image-7272" title="bettega" src="http://www.uccellinodidelpiero.com/wp-content/uploads/2009/12/bettega.png" alt="Penna bianca" width="276" height="163" /><p class="wp-caption-text">Penna bianca</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nato a Torino il 27 dicembre 1950, Bettega esordisce in A il 27 settembre 1970 in Catania-Juventus 0 a 1. Entra nel settore giovanile della Juventus nel 1961, a dieci anni, mediano, sotto la guida di Pedrale. Quindi Rabitti lo imposta da ala sinistra e la società lo manda nel 1969 a Varese, per “farsi le ossa”. È la squadra baby allenata da Liedholm, un Varese rivelazione in cui “Bobby-goal” segna subito tanto, 13 reti, primo posto nella classifica cannonieri; viene naturale paragonarlo a John Charles, del quale ha “ereditato” il colpo di testa. Con il Varese, vince l’ambito premio “Chevron”<span id="more-7270"></span>, per il miglior tiratore della serie cadetta ed il premio “Ponti”, quale miglior giocatore della serie B. Liedholm lo descrive così: <span style="font-style: italic;">«Possiede le qualità essenziali per una punta: piede e testa, cioè buon trattamento di palla ed elevazione. È un altruista ed un opportunista e seconda delle circostanze e ciò, naturalmente, corrisponde al meglio per un uomo d’area di rigore».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1970 è esordio in A, a Catania: <span style="font-style: italic;">«Ero completamente concentrato sulla partita»,</span> racconta, <span style="font-style: italic;">«ed ogni altro pensiero, compresa l’emozione, scomparve. Appena toccato il primo pallone, sparì anche la paura di sbagliare; andò bene il primo stop ed il successivo passaggio, per cui, fortunatamente, tutto proseguì nei migliori dei modi, tanto che, verso la fine della partita, riuscii a segnare il goal della vittoria, con un bel colpo di testa. In porta c’era l’amico Tancredi, terzini Spinosi e Furino, stopper Morini, libero Salvadore e Cuccureddu mediano d’appoggio. In attacco Haller ala tornante, Marchetti e Capello mezze ali, Anastasi al centro dell’attacco ed io, con la maglia numero undici, schierato all’ala sinistra. Dopo quell’incontro, ne giocai altri ventisette, segnando 13 goals, che mi sembra non siano da buttare via per un esordiente».</span> Il campionato successivo è quello del grandissimo goal di tacco a “San Siro” contro il Milan, battuto per 4 a 1; quel goal rimane tuttora negli occhi di tutti i tifosi juventini come uno dei più belli e più importanti segnati da Roberto. <span style="font-style: italic;">«Giocare nella Juventus è una grandissima soddisfazione, la più grande della mia vita. Penso che indossare la maglia bianconera sia il sogno di ogni giocatore, il sogno di tutta una carriera; questa mia soddisfazione acquista ancora maggior valore, in quanto i miei primi passi li ho mossi, da ragazzino imberbe, proprio nella Juventus».</span> Il 16 gennaio 1972 c’è. Juventus-Fiorentina: Bettega fa in tempo a siglare il decimo goal di testa in 14 gare ed il giorno dopo viene ricoverato in ospedale per un’infiammazione polmonare. Molti, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo, temono per il suo futuro. Guarisce grazie al lungo soggiorno in montagna, a Pragelato, ed alle cure di Emanuela, sua moglie. A giugno Boniperti annuncia: <span style="font-style: italic;">«Sarà lui il migliore acquisto della stagione».</span> E Bettega vince nel 1972-73 con la Juventus il secondo scudetto consecutivo; buona parte del merito per il titolo e per quello dell’anno precedente è suo. Nel 1975 debutta in Nazionale, ad Helsinki, commissario tecnico è Bernardini, è la famosa squadra dai “piedi buoni”. Con quindici reti in 29 gare, Bettega è l’unico a poter dire di essersi salvato dal naufragio nella stagione 1975-76, quella dell’incredibile rimonta operata dal Torino indietro di cinque punti.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi lo ha visto giocare non può che ricordarlo come uno dei più grandi in maglia bianconera; tecnica di base da manuale del calcio, forza fisica, intelligenza calcistica e personalità. Giocatore capace di rendersi utile in ogni zona del campo in virtù di una visione di gioco davvero sbalorditiva ed inconsueta per un attaccante. Il suo numero migliore è il colpo di testa: con Santillana, quanto di meglio ci sia stato in circolazione in quegli anni. Roberto, meno esplosivo dello spagnolo, è fortissimo in acrobazia, grazie ad un tempismo quasi sovrumano, che gli permette di impattare la palla al meglio (grazie anche a prodigiose torsioni del busto e del collo). Il goal che fece alla Finlandia, ne costituisce un perfetto compendio, così come molti altri: quello all&#8217;Inghilterra allo stadio “Olimpico”, al Milan a “San Siro” dopo una perfetta “volata” del “Barone” sulla destra, la doppietta ai francesi dell&#8217;Olympique il giorno del rientro dopo la malattia, alla Jugoslavia con un sinistro al volo ad incrociare, al Celtic in giravolta. Tanti goals, tante prodezze, sempre e comunque da juventino vero, intriso nell&#8217;anima di questi colori. Con l’arrivo di Benetti e Boninsegna, nasce la Juventus dei 51 punti, della vittoria in Coppa Uefa (primo trofeo continentale) proprio con rete decisiva di Roberto nell’inferno di Bilbao. In Nazionale, intanto, Bettega vive il suo unico mondiale, quello di Argentina; l’Italia arriva solo quarta, ma per lunghi tratti del torneo è la squadra più spettacolare e Roberto ne è un protagonista assoluto. Due anni bui per la squadra bianconera, quelli successivi al Mundial, scudetto al Milan ed all’Inter, ma la soddisfazione nel 1980 (l’anno delle scommesse) di vincere la classifica cannonieri con 16 goals in 28 gare.</p>
<p style="text-align: justify;">Vince un altro scudetto nel 1980-81, comincia molto bene il torneo successivo (5 reti in sette partite) quando in Coppa dei Campioni, contro l’Anderlecht subisce un grave infortunio in uno scontro con il portiere Munaron: rottura dei legamenti del ginocchio, a 30 anni si riparla di carriera finita, il viaggio in Spagna, per il Mondiale, è perduto. Il bottino definitivo con la Nazionale è di 42 partite ufficiali e 19 reti.<span style="font-style: italic;"> «L’infezione polmonare, se ci penso adesso, mi dico che ero un incosciente ma, probabilmente, era la forza reattiva dei venti anni. Ho giudicato la malattia un incidente di percorso, niente di più. È stato molto più difficile sopportare le conseguenze dell’infortunio al ginocchio; e non solo per il dolore che mi ha torturato a lungo. La malattia si affaccia, invece, con strani sintomi, un po’ di tosse la settimana prima del match con la Fiorentina. Si, ho un leggero mancamento prima della partita con l’Inter, a “San Siro”, quindici giorni prima, un malessere attribuito alla tensione nervosa, all’aver fatto un massaggio vicino ad un calorifero; eravamo in pieno inverno. Comunque, la tosse suggerì ai medici di fare una radiografia; quando il male mi sbatte in un letto, ho già segnato dieci reti. Perdo nove mesi e praticamente l’anno successivo, poiché il fisico si è appesantito e non è facile eliminare sette chili per rientrare nei limiti abituali. Tant’è che l’estate seguente, invece che in vacanza, resto a Torino a sudare. Ritrovo il mio peso normale dopo diciotto mesi. L’incidente con Munaron, invece, è stato tutto più dolente e faticoso; è un infortunio che lascia il segno e modifica la mia struttura fisica».</span></p>
<p style="text-align: justify;">Rientra nella stagione 1982-83, giocando insieme a Platini, Boniek e Paolo Rossi; arretrando la sua posizione in campo, dimostra tutte le sue qualità tecniche e la sua intelligenza calcistica. Questo campionato, purtroppo, non è felice, la sconfitta di Atene in finale di Coppa dei Campioni è una delusione enorme, per quella che forse resterà la più bella Juventus degli ultimi venti anni. <span style="font-style: italic;">«Non c’è giornalista in Europa che, quella notte, avrebbe scommesso una dracma sull’Amburgo. Eppure, non so che cosa ci succede; non è stanchezza, né forma scadente, è solo questione di testa. Il mondiale del 1982 non è cosa per me; a causa dell’infortunio non vengo convocato. Brontolo, però mi metto l’anima in pace. Ma ad Atene la Juventus la fa grossa. Se avessi la facoltà di rivivere un avvenimento nella mia carriera, tornerei a quel maggio maledetto e rigiocherei la finale con i tedeschi. Loro non demeritano, solo che noi siamo irriconoscibili. Lascio, perciò, il calcio senza realizzare un sogno meraviglioso». </span>Abbandona la Juventus l’anno successivo per andare in Canada, nelle file del Toronto Blizzard, per dare lustro ad un calcio in ascesa ma ben presto stretto dai debiti. Il 3 novembre 1984 quando si parla di un suo trasferimento part-time all’Udinese prima di chiudere la parentesi oltreoceano, lo schianto in auto presso Santhià, sull’autostrada. Forse l’amico dei tempi del Varese, Ariedo Braida, l’aveva convinto a giocare ad Udine, per poi intraprendere la carriera di manager, ma tutto sfuma a causa di questo incidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Bettega salda il suo debito con il calcio canadese e torna in Italia dove entra nello staff di una trasmissione sportiva di “Canale 5”, fino a diventare uomo importantissimo della nuova Juventus in collaborazione con Moggi e Giraudo, con i quali conquista altri prestigiosi trofei e continua a scrivere le pagine gloriose dell’amata Juventus. Nell’estate del 2007, abbandona l’incarico di dirigente; dopo una vita in bianconero, il saluto non può essere che molto triste. La speranza di tutti i tifosi juventini è che si tratti solamente di un arrivederci.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefano Bedeschi<br />
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		<title>Amarcord: Bari-Juventus del 1997. Finì 5-0 per la Juve di Zidane</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 21:26:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il pallone racconta]]></category>
		<category><![CDATA[1997]]></category>
		<category><![CDATA[Bari]]></category>
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		<category><![CDATA[Ricordate quel giorno?]]></category>

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		<description><![CDATA[

Il torneo antecedente al Campionato del Mondo 1998, che si giocherà in Francia, comincia il 31 agosto 1997, chiudendo un’estate caratterizzata dal clamoroso trasferimento del brasiliano Ronaldo dal Barcellona all’Inter. L’arrivo a Milano del “fenomeno” scatena un incredibile entusiasmo nel popolo nerazzurro e la compagine di Massimo Moratti diventa la squadra favorita a combattere la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_7172" class="wp-caption alignleft" style="width: 286px"><img class="size-full wp-image-7172" title="zinedine" src="http://www.uccellinodidelpiero.com/wp-content/uploads/2009/12/zinedine.png" alt="Zinedine Zidane" width="276" height="163" /><p class="wp-caption-text">Zinedine Zidane</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il torneo antecedente al Campionato del Mondo 1998, che si giocherà in Francia, comincia il 31 agosto 1997, chiudendo un’estate caratterizzata dal clamoroso trasferimento del brasiliano Ronaldo dal Barcellona all’Inter. L’arrivo a Milano del “fenomeno” scatena un incredibile entusiasmo nel popolo nerazzurro e la compagine di Massimo Moratti diventa la squadra favorita a combattere la leadership della pluridecorata Juventus. L’Inter, sulle ali dell’entusiasmo, parte alla grande, totalizzando quattro vittorie nelle prime quattro gare conquistando la testa della classifica.<span id="more-7157"></span> La squadra di “Gigi” Simoni rimane in vetta per molte domeniche consecutive, controllando a vista le dirette inseguitrici, in particolare la Juventus ed il Parma. Prima della sosta natalizia, la sconfitta dei nerazzurri ad Udine, propone i friulani di Alberto Zaccheroni come possibili outsider nella corsa al titolo, grazie anche ai goals del tedesco Oliver Bierhoff, che diventerà il capocannoniere del torneo con 27 realizzazioni. Il 4 gennaio 1997 c’è lo scontro diretto a “San Siro”, fra la Juventus e l’Inter. Vincono i nerazzurri, grazie ad una rete di Ronaldo, ma la compagine bianconera gioca una grande partita, recriminando anche su un netto rigore a favore non concesso dall’arbitro, per fallo di Taribo West su “Pippo” Inzaghi. La squadra di Simoni, però, non riesce a gestire il discreto vantaggio accumulato; la clamorosa sconfitta interna contro il neopromosso Bari ed il risicato pareggio di Empoli rilanciano la Juventus che, il 25 gennaio, si laurea Campione d’Inverno. All’inizio del girone di ritorno la Juventus allunga ancora, resistendo anche dal grande ritorno della Lazio di Sven-Göran Eriksson. I biancoazzurri, battendo l’Inter all’ “Olimpico” (il 22 febbraio), raggiungono il secondo posto, a soli quattro punti dalla Juventus. L’inesperta Lazio regge fino al 5 aprile, quando la Juventus sbanca l’ “Olimpico” grazie ad una rete del solito Inzaghi. L’Inter, che nel frattempo ha approfittato di una serie di poco entusiasmanti pareggi della capolista, si presenta allo scontro diretto di Torino del 26 aprile 1997, quartultima di campionato, con un solo punto di svantaggio sui bianconeri. La gara è decisa da un bellissimo goal di Alessandro Del Piero nel primo tempo e dalla contestata scelta dell’arbitro Ceccarini, che sorvola su un contrasto in area fra Ronaldo e Iuliano, a metà ripresa. La squadra di Marcello Lippi, battendo il Bologna per 3 a 2, il 10 maggio 1997, conquista il venticinquesimo scudetto della sua storia. Il Milan, allenato nuovamente da Fabio Capello, prosegue la crisi totalizzando solamente un punto in più della stagione precedente. Classificandosi decimo, non riesce ad entrare in Europa per la seconda stagione consecutiva, dopo aver perso anche la finale di Coppa Italia contro la Lazio. Retrocedono in serie B il Brescia (neopromosso) e l’Atalanta, insieme al Lecce (altra neopromossa) e ad un Napoli alla deriva: i partenopei chiudono all’ultimo posto un campionato in cui conquistano solamente 14 punti. Gli azzurri lasciano la Serie A a trentatre anni di distanza dall’ultima retrocessione e dopo aver cambiato ben quattro tecnici nel corso del campionato (prima Mutti, poi Mazzone, poi Galeone e infine Montefusco). Si salvano il neopromosso Empoli, il Piacenza ed un Vicenza in calo rispetto all’anno precedente ma impegnato, nel corso del torneo, dal sorprendente cammino in Coppa delle Coppe, dove raggiunge la semifinale, persa contro il Chelsea di Gianluca Vialli e Gianfranco Zola.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 19 ottobre 1997 la Juventus si presenta a Bari. La partita non ha storia: la squadra bianconera si impone per 5 a 0, mettendo in mostra un grandissimo Zinedine Zidane, che realizza un goal da antologia. Agli ordini dell’arbitro Ceccarini, si schierano le seguenti formazioni:</p>
<p style="text-align: justify;">BARI: Mancini; Garzya, Sala (dal 46’ Ventola), Neqrouz, Manighetti (dal 46’ Bressan) e De Rosa; Volpi, Ingesson e Giorgietti; Masinga (dal 59’ Ripa) e Zambrotta.<br />
A disposizione: Gentili, Sordo, Sassarini e De Ascentis.<br />
Allenatore: Fascetti.<br />
JUVENTUS: Peruzzi; Montero, Birindelli, Pessotto (dal 50’ Dimas 6) ed Iuliano; Di Livio, Conte (dall’87’ Pecchia), Deschamps e Zidane; Inzaghi (dal 69’ Amoruso) e Del Piero.<br />
A disposizione: Rampulla, Fonseca, Torricelli ed Aronica.<br />
Allenatore: Lippi
</p>
<p style="text-align: justify;">I commenti dei giornali dell’epoca:</p>
<p style="text-align: justify;">“IL TIRRENO”:<br />
Un prologo doveroso: la Juve passa largamente a Bari, resta dunque nell’orbita del fenomeno Inter, ma sul piano del gioco i problemi della Juve, almeno in parte, restano tutti. Così come restano molte riserve su alcune decisioni del direttore di gara Ceccarini. È bene cominciare, questa volta, dalla fine del primo tempo. O meglio dei tre minuti di recupero. La Juventus (poco fluida sino a quel punto la manovra bianconera) tenta un affondo non troppo convinto dalla fascia di destra. Del Piero batte a rete in diagonale, la palla viene deviata leggermente da Ingesson (buona la sua prova) e termina la corsa in fondo al sacco. Si va al riposo, quindi, con la Juve in vantaggio. Risultato giusto ??? Forse no, tenuto conto di quel che sino a quel momento è successo in campo, con il Bari molto bravo a punzecchiare di rimessa e la Juventus compassata e non troppo incisiva. Il via del Bari ha lasciato ben sperare i cinquantamila del “San Nicola”. Gioco veloce e spigliato, squadra ottimamente assemblata dal solito lucidissimo Fascetti. Nei primi sette minuti anzi, è stato il Bari ha reclamare qualche cosa dal bilancio della partita. Ingesson, di testa, (2’) ha impegnato a terra Peruzzi e, cinque minuti dopo, Masinga ben lanciato si è presentato solo soletto dalle parti di Peruzzi, ma ha pasticciato ed ha perso l’attimo buono per colpire a rete. Nuovamente in evidenza Peruzzi (15’) quando di piede ha salvato la porta dopo un incauto retropassaggio di un difensore. E la Juventus ??? In ombra Inzaghi e Del Piero, la manovra bianconera è stata condotta da Zidane e Di Livio. Inzaghi si è messo in evidenza solo per una girata alta e da favorevole posizione ma nulla di più o di meglio. Ed, infatti, nella ripresa Lippi lo sostituirà con Amoruso. Il secondo tempo è aperto ancora col Bari deciso a riequilibrare i conti. Infatti, Fascetti ha fatto entrare il baby-bomber Ventola. I pugliesi hanno graffiato e la Juventus ha giocato per difendere soltanto il prezioso vantaggio. Ma ecco, la svolta della ripresa. Neqrouz, lo stopper marocchino del Bari, si è fatto ammonire da Ceccarini per una spinta ai danni di Inzaghi, forse bravo nell’ingigantire l’accaduto. Un minuto dopo lo stesso Neqrouz ha commesso un fallo da tergo su Di Livio: giusto nella seconda occasione il cartellino giallo che si è assommato al precedente e quindi il tutto fa rosso. Tutto più facile, quindi nella Juventus, in vantaggio e superiorità numerica. Da quel momento la partita non ha avuto più storia, anche perché Zidane è riuscito con un eurogoal a portare a due le reti juventine. Il Bari ha trovato il modo di protestare nei confronti Ceccarini per un intervento di Montero su Ventola, forse meritevole del cartellino rosso. Il doppio svantaggio, ovviamente, ha mandato il morale del Bari sotto i tacchi, mentre la Juventus ha trovato in contropiede delle vere e proprie autostrade in cui proiettarsi. E così il finale per il Bari è stato un vero e proprio calvario. Sospinta dai suoi tifosi, la Juventus ha affondato a suo piacimento ed ha trovato prima il terzo goal (39’) con Zidane (sicuramente il migliore dei suoi), Del Piero (44’), cresciuto solo nella ripresa dopo un primo tempo in sordina, ed un minuto dopo, la sfortuna si è abbattuta di nuovo sui pugliesi sotto forma di un autogol: è stato Garzya ha battere involontariamente Mancini ed a suggellare il clamoroso 0 a 5. Indubbiamente la squadra di Lippi è stata avvantaggiata dal goal in chiusura di primo tempo, una rete per la verità piuttosto casuale.</p>
<p style="text-align: justify;">“REPUBBLICA”:<br />
La Juve continua a correre verso sé stessa, forse tra poco si raggiunge. Anche se resta meno grande del suo risultato, una vittoria in trasferta che mancava da maggio, un 5 a 0 come uno scatolone che contiene di tutto: le due autoreti del Bari, l’ingiusta espulsione di Neqrouz, la cristallina doppietta di Zidane, il contropiede fluido di Del Piero. Più ricco il punteggio della partita, che per metà è sembrata addirittura in equilibrio: fino a quando Ingesson non ha deciso di arpionare un innocuo assist di Del Piero toccato corto da Mancini e di spedire la palla nella propria porta. L’ipotesi di confronto tra l’organizzazione bianconera ed il marasma pugliese è scomparsa al 12’ della ripresa, quando Neqrouz (già assurdamente ammonito) ha fatto saltare in aria Di Livio, nonché la partita del Bari. Fuori il marocchino (il suo nome, Rashid, significa altruista: la Juve è d’accordo) ecco che i Campioni d’Italia hanno sfondato il muro di cartapesta. Ci sono riusciti grazie alla bellezza geometrica dei palloni toccati, scaraventati, carezzati da Zinedine Zidane. Che fino a quel momento aveva mostrato la consistenza di una mozzarella scaduta. Poi gli è scattata la magia, così ha cominciato a schiaffeggiare la gara. Il 2 a 0 è una stangata sotto la traversa, il 3 a 0 un sinistro al volo di scientifica precisione. Il Bari ha ceduto di schianto e la Juventus l’ha finito con crudeltà: contropiede di Del Piero al 43’, poi un’altra corsa del fantasista con cross al centro ed ecco la seconda autorete, stavolta di Garzya. Entrambe provocate dal numero dieci, capace di segnare pure di sponda telepatica. Forse i baresi avrebbero dovuto partecipare al raduno nazionale degli sfigati d’Italia, tenutosi a Carignano (Torino) lo scorso venerdì 17. Gli avrebbero consegnato la tessera di legno che non da diritto a nulla e sfonda le tasche. Eppure non è tutta sfortuna. La sconfitta si spiega parzialmente con la sindrome di Paperino, molto di più con la totale assenza di idee, a parte quella di seguire ad ombra l’avversario. Calcio vecchio ed Juve seminuova, almeno nell’intenzione di cercarsi. L’obbiettivo era Ronaldo, bisognava tenerlo vicino e non lasciarlo fuggire dopo la vittoria di Napoli: missione compiuta, anche se il poco gioco (produttivo) dei bianconeri somiglia parecchio a quello dei nerazzurri. Si vede che in testa alla classifica (solo due punti separano Inter ed Juve) si può restare anche così. Senza Ferrara, ancora malato, i bianconeri hanno recuperato Inzaghi che, tuttavia, ha giocato da convalescente cronico, col termometro sotto l’ascella e la sciarpina attorno al collo. A scoppio ritardato il risveglio di Zidane, però fantastico. Ed il francese è anche un’ottima spalla comica quando il guardalinee gli leva il pallone da sotto il piede, mentre Zinedine sta calciando un corner. Esilarante. Intanto, migliora Del Piero, sempre bene Conte e Deschamps, attenta la difesa nonostante i soliti, inutili raptus di Montero che stavolta riesce ad infortunarsi prendendo a gomitate Ventola. L’uruguaiano (distorsione al ginocchio) è in dubbio per Kosice, così come Pessotto (contusione al costato) ed Amoruso (distorsione alla caviglia). Ed in Slovacchia mancheranno pure gli squalificati Ferrara e Deschamps. Considerando che Tacchinardi sarà sottoposto oggi ad una gastroscopia, la tessera di legno degli sfigati potrebbero regalarla pure a Lippi.</p>
<p style="text-align: justify;">Stefano Bedeschi<br />
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		<title>Il pallone racconta: Fabrizio Ravanelli</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 09:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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<div id="attachment_7416" class="wp-caption alignleft" style="width: 286px"><img class="size-full wp-image-7416" title="pennabianca" src="http://www.uccellinodidelpiero.com/wp-content/uploads/2009/12/pennabianca.png" alt="Penna Bianca" width="276" height="163" /><p class="wp-caption-text">Penna Bianca</p></div>
<p style="text-align: justify;">Fabrizio Ravanelli, classe 1968, un fisico da lottatore sormontato da una chioma precocemente imbiancata. Ha già giocato per parecchie squadre, prima di esplodere nella Reggiana. È un idolo dei tifosi granata, ma quando viene acquistato dalla Juventus e lasciato in parcheggio a Reggio Emilia per una stagione, viene accusato di “tirare indietro la gamba” ed, aspramente contestato, lascia una cattiva immagine di sé; lo chiamano “venduto”: <span style="font-style: italic;">«Non potevano dirmi una cosa più offensiva !!! Io ho sempre dato il massimo, ho cercato di segnare come in tutte le altre stagioni.<span id="more-7058"></span> Il fatto è che non appena le cose si sono messe male, certa gente ha dato tutte le colpe al sottoscritto».</span><span style="font-style: italic;">«Essere arrivato alla Juventus è il massimo, mi sento realizzato sia come uomo, sia come calciatore. La Juventus è il massimo e quelli che ne parlano male, lo fanno solo per invidia. Sin da bambino sono tifoso bianconero; abitavo a Perugia e, tutte le volte che la Juventus giocava dalle parti dell’Umbria, chiedevo a mio padre di accompagnarmi alla stadio, per seguire i miei beniamini».</span> Quando arriva alla Juventus, in molti lo paragonano a Bettega, per il colore dei capelli; Ravanelli arriva come bomber di scorta, in una squadra che schiera Vialli e Roberto Baggio, Möller e Casiraghi. Prospettive di maglia sicura ridotte al minimo, ma uno con la grinta di questo umbro giramondo non può arrendersi per così poco.  Fabrizio è mancino, ha un buon tiro, sa colpire di testa, ma le movenze appaiono sgraziate e si ha la netta la sensazione che debba migliorare enormemente, anche nei fondamentali. Il “Trap” è un ottimo maestro e capisce che il ragazzo ha voglia di crescere, di sfondare e comincia a metterlo sotto torchio. Ad autunno inoltrato comincia a giocare qualche spezzone di partita e la sua prima rete in maglia bianconera, il 13 dicembre 1992 a Foggia, passa quasi inosservata: il suo goal, su rigore, infatti, non evita la sconfitta (1 a 2) ad una Juventus in giornata di scarsa vena. Il ghiaccio è rotto, i tifosi ne apprezzano la strenua volontà di lottare ed il 13 febbraio del 1993, in un Juventus-Genoa che sembra destinato allo 0 a 0, la sua zampata è di quelle che lasciano il segno. Ne segna altri, compresi alcuni decisivi per la conquista della Coppa Uefa, che gli valgono la riconferma. La stagione successiva è promosso a prima riserva, dopo la cessione di Casiraghi alla Lazio, e crescono le presenze e le reti: “Penna bianca” è sempre più nel cuore dei tifosi e sempre meno lontano dal modello originario, “Bobby-goal” Bettega, appunto; non ha certamente la stessa classe, ma in area sa farsi rispettare e vede la porta come pochi altri. <span style="font-style: italic;">«Spero che non sia solamente una somiglianza fisica, ma questo paragone mi riempie di soddisfazione».</span> La svolta avviene la stagione successiva. Si chiude il ciclo “trapattoniano” ed inizia quello di Lippi. Ancora una volta è una sconfitta a Foggia che cambia il destino di Ravanelli. Lippi vara il 4-3-3 e gli attaccanti sono Vialli e Ravanelli, con Roberto Baggio ed il giovanissimo Del Piero a supporto. È una formula molto spregiudicata, gli attaccanti devono sacrificarsi; nasce, così, un Ravanelli a tutto campo, capace di colpire ed arretrare a coprire. Sta nascendo un campione universale, adatto a tutte le fasi della partita e questo coincide con la nascita di una Juventus entusiasmante, vincente e convincente. <span style="font-style: italic;">«La prima volta che ho incontrato Boniperti ero emozionatissimo, impacciato. Lui ha cercato di mettermi a mio agio e mi ha chiesto: “Allora, vieni o no alla Juventus ???” Io, ancora più rosso del solito, gli ho risposto: “Non vedo l’ora di entrare nella sua famiglia”». </span>Il ricordo dell’Avvocato. <span style="font-style: italic;">«L’avvocato Agnelli era il simbolo della Juventus. </span><span style="font-style: italic;">È</span><span style="font-style: italic;"> stato il punto di riferimento sia per i giocatori che per i dirigenti. Dopo aver approfondito la sua conoscenza, ho avuto modo di carpire le sue qualità umane. Sapeva metterti a tuo agio, l’Avvocato. Ricordo anche le sue telefonate mattutine, come ad esempio quella legata al mio addio, od alla prestazione memorabile di Liverpool, quando andai in Inghilterra. Credo proprio che non lo dimenticherò mai. Mi legano a lui troppi ricordi».</span> La Juventus “lippiana” è travolgente: terza giornata, prima grande impresa in trasferta, 2 a 0 a Napoli con goal di Fabrizio e la prima perla, che lo renderà famoso, di Alessandro Del Piero. Padova-Juventus, 27 novembre, sarebbe un deludente pareggio se Ravanelli, partito dalla panchina, non siglasse nel finale un goal bello ed impossibile. Ma c’è una data, in questa stagione, che segna il passaggio da normale attaccante a campione consacrato; Parma, 8 gennaio 1995, sfida al vertice. Il Parma passa in vantaggio con l’ex Dino Baggio, poi la Juventus pareggia ed infine dilaga con Ravanelli: il goal del 2 a 1 è da antologia, un colpo di testa in tuffo, come faceva “Bobby-goal”, che applaude in tribuna e commenta:<span style="font-style: italic;"> </span><span style="font-style: italic;">«Roba che riesce solo a chi ha i capelli bianchi».</span> Nasce l’esultanza stile “Uomo mascherato”, una corsa con la maglietta sul volto. <span style="font-style: italic;">«Giocavamo a Napoli, ed eravamo fermi sullo 0 a 0. Era il Napoli di Boskov. Bene, Lippi nello spogliatoio ci caricò, dicendo che un nostro campione ci avrebbe permesso di vincere la partita. Ed il io, alla fine del secondo tempo, realizzai la rete decisiva, esultando in quel modo».</span> Alla fine della stagione trionfale, con scudetto e Coppa Italia, il contributo di Ravanelli è straordinario: solo in campionato è andato a segno 16 volte, oltre a quattordici reti che ha collezionato nelle coppe. <span style="font-style: italic;">«Eravamo diciotto marines, all&#8217;epoca. Remavamo tutti nella stessa direzione. Non ci sono mai stati screzi ed in questo aiutammo molto Lippi».</span> Logico che anche la Nazionale si accorga di lui; alla fine saranno 22 presenze con 8 goals. Ma l’obiettivo principale della Juventus è la Champions League, che richiede un duro lavoro di avvicinamento. A segno nelle sfide iniziali contro Steaua Bucarest e Rangers, “Penna bianca” si astiene nei quarti ed in semifinale, conservando lo stoccata per l’occasione più importante. Roma, 22 maggio 1996, finale con l’Ajax. <span style="font-style: italic;">«Sicuramente, quella rete e quella partita, rimarranno indelebili nella storia. Anche perché Gianni Agnelli teneva molto a quella vittoria, considerando i fatti di Liverpool. Chiese di vincerla quella finale. E noi lo accontentammo con una grande vittoria. Quella rete rappresenta la mia carriera bianconera».</span> Un goal per la storia ed anche per l’addio. <span style="font-style: italic;">«Fui venduto senza spiegazioni. Dentro di me, per tale ragione, c&#8217;è molta amarezza. Fossi rimasto, sarei stato lieto di far ancora parte di quell&#8217;organico di campioni. Ma a volte, si è costretti cambiare strada. Penso di aver ricevuto meno di quanto ho dato alla Juventus. Io, ero il vice capitano e portai la fascia al braccio nel ventre di un &#8220;Bernabeu&#8221; stracolmo, contro il Real Madrid. Mi sentivo il futuro di quella squadra. Fui persino chiamato nell&#8217;ufficio del dottor Umberto Agnelli. Mi parlò di tutti i capitani della gloriosa storia bianconera, indicandomi come uno di quelli futuri, mostrandomi tutti i trofei vinti in bacheca. Rimanemmo a parlare per molte ore. Sono in pochi a sapere questo aneddoto, ma andò proprio così».</span> Lascia la Juventus per cercare altra gloria prima in Inghilterra ed in seguito in Francia, e la lascia da trionfatore. 160 partite e 68 reti, di cui 18 nelle coppe europee. In bacheca, uno scudetto, una Coppa Uefa, una Champions League ed una Supercoppa italiana. <span style="font-style: italic;">«Non aver giocato la Coppa Intercontinentale è il mio rimpianto più grande. Anche se, lo dico con sincerità, la sento mia, quella Coppa che fu il frutto dei sacrifici della stagione precedente, con me e Vialli in campo. E per me, andare via dalla Juventus, non fu facile. Io, sono un bianconero vero. Però, la vita è questa ed alcune cose, possono anche non andare per il verso giusto».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">Stefano Bedeschi</span><br />
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